"Errore" è una parola che esprime una sentenza. Non prevede spazio per interpretazioni, vive nel mondo del bianco e del nero: o una cosa è giusta, oppure è sbagliata. Se qualcuno fa un errore, ha sbagliato: è finita. Certo, può rimediare a quell'errore, trovare una soluzione, ma è stato fatto, non si cancella. "Errare", che ne condivide la radice, indica invece l'atto di andare qua e là senza direzione o meta certa, uscire dal sentiero tracciato, vagare senza sapere dove si vuole andare. Un concetto del genere nasce e vive nel grigio, non ha in sé qualcosa di giusto o di sbagliato.
Ma come fanno due concetti così diversi ad avere la stessa etimologia? Se ci pensiamo, in realtà, non sono poi così distinti. Errare, originariamente, non è tanto il vagare, quanto l’uscire dalla strada della verità, andando perciò incontro all'errore. Scegliere consapevolmente di uscire dal sentiero battuto, non per seguirne un altro, ma per non seguirne nessuno, è considerato un rischio inutile, in ottica di efficienza. Perché esplorare nuove vie, quando ne esistono già di note? Se l'obiettivo è un risultato controllabile e comunemente accettato, uscire dagli schemi è uno spreco di tempo e di risorse, un elemento imprevedibile e quindi inaccettabile. Giusto? Il problema è che non credo esista un numero finito di soluzioni corrette, né che seguire sempre la stessa strada utilizzando i medesimi elementi sia la cosa migliore. Un risultato uguale, prevedibile e testato non è l'obiettivo finale, e trovo assurdo pensare che lo possa essere, in ambito creativo.
Oggi sono graphic designer e art director, ma mi sono avvicinata al mondo visivo attraverso le arti figurative. Ero la classica artista a cui era stato detto che di arte non si può mangiare, e che avrebbe dovuto trovare una carriera spendibile nel mercato del lavoro. Così mi sono avvicinata alla grafica, e mi sono iscritta all'università senza sapere neanche bene che cosa fosse. Presto però ne sono rimasta affascinata: il concept, il problema, la soluzione. Un gioco di strategia dalle infinite possibilità, una palestra che metteva assieme mente, problem solving, creatività e gusto estetico. Ho visto nella grafica infinite possibilità per dare forma ai miei pensieri, qualcosa che non avevo trovato nella pittura. Ma la mia formazione era tutt'altra: griglie non ne avevo mai usate, avevo letto nei manuali di storia dell'arte che i grandi artisti erano quelli che riuscivano a rompere le regole, e quindi non capivo perché nella grafica mi venisse insegnato un canone: il font migliore da usare, la palette perfetta, la griglia imprescindibile. Per me, sia la pittura che la grafica erano comunicazione, e quindi dovevano esistere per entrambe le stesse regole. Oppure non doveva essercene nessuna. Invece vigeva la dittatura non scritta del modernismo e del minimalismo: un grande designer era quello che riusciva a risolvere qualsiasi problema con un Helvetica, grandi spazi vuoti e una palette di bianco, nero e rosso". Un appiattimento degli stili e delle differenze per creare un pacchetto standard che piaccia a tutti e che venda. Il capitalismo della creatività.
Per il modernismo l’ambizione è — come ricorda Falcinelli in Critica portatile al visual design — creare qualcosa che non abbia uno stile, perché gli stili non sono oggettivi, sono temporanei e non democratici. Imporre dall’alto l’annullamento delle differenze, però, non è democrazia; livellare le peculiarità non è prendere in considerazione tutti, è non prendere in considerazione nessuno. Questi non sono principi di uguaglianza, ma di dittatura mascherati come democratici.
Può sembrare un’esagerazione parlare di dittatura, ma la cultura estetica di un tempo è sempre il riflesso delle sue ideologie. Non è un caso quindi che una produzione creativa omologata e standardizzata emerga in Europa nel XX secolo, assieme al consolidamento del capitalismo moderno e all’ascesa di dittature e fascismi. Parlare di un unico canone di bellezza è un affronto eurocentrico alle diverse culture che esistono nel mondo, ma anche a volti, corpi e storie che si distinguono dalla “normalità”. Tentare di uniformare l’estetica riflette un desiderio di uniformare le persone e il mondo.
Propongo quindi Elogio dell’errare, un elogio del creare per amore di farlo, senza l’ambizione di alcun risultato. Un numero con articoli che parlano di esplorare, di vagare con la mente e con il corpo, di sbagliare e di riprovare. Una riflessione sul valore non economico o commerciale del processo, per abbracciare le differenze, invece che tentare di omologarle. Per utilizzare le tecniche sbagliate, i font brutti, perché non esiste una definizione unica di correttezza, quando si parla di estetica. Non significa che sia giusto fare un po’ qualunque cosa: ci sono dei principi ge-
nerali da seguire, spesso legati al buon senso.
Sarebbe ipocrita parlare di uguaglianza, di valorizzazione delle differenze, e poi sostenere una creatività che agisce senza regole. Ma l’unico principio generale che mi sento di consigliare è quello del bene, del non nuocere. Con Elogio dell’errare vorrei alzare un bel dito medio alle definizioni di errore, per analizzarle da capo, e capire che fare strada facendo.
Per il modernismo l’ambizione è — come ricorda Falcinelli in Critica portatile al visual design — creare qualcosa che non abbia uno stile, perché gli stili non sono oggettivi, sono temporanei e non democratici. Imporre dall’alto l’annullamento delle differenze, però, non è democrazia; livellare le peculiarità non è prendere in considerazione tutti, è non prendere in considerazione nessuno. Questi non sono principi di uguaglianza, ma di dittatura mascherati come democratici. Può sembrare un’esagerazione parlare di dittatura, ma la cultura estetica di un tempo è sempre il riflesso delle sue ideologie. Non è un caso quindi che una produzione creativa omologata e standardizzata emerga in Europa nel XX secolo, assieme al consolidamento del capitalismo moderno e all’ascesa di dittature e fascismi. Parlare di un unico canone di bellezza è un affronto eurocentrico alle diverse culture che esistono nel mondo, ma anche a volti, corpi e storie che si distinguono dalla “normalità”. Tentare di uniformare l’estetica riflette un desiderio di uniformare le persone e il mondo.
Propongo quindi Elogio dell’errare, un elogio del creare per amore di farlo, senza l’ambizione di alcun risultato. Un numero con articoli che parlano di esplorare, di vagare con la mente e con il corpo, di sbagliare e di riprovare. Una riflessione sul valore non economico o commerciale del processo, per abbracciare le differenze, invece che tentare di omologarle. Per utilizzare le tecniche sbagliate, i font brutti, perché non esiste una definizione unica di correttezza, quando si parla di estetica. Non significa che sia giusto fare un po’ qualunque cosa: ci sono dei principi ge-
nerali da seguire, spesso legati al buon senso.
Sarebbe ipocrita parlare di uguaglianza, di valorizzazione delle differenze, e poi sostenere una creatività che agisce senza regole. Ma l’unico principio generale che mi sento di consigliare è quello del bene, del non nuocere. Con Elogio dell’errare vorrei alzare un bel dito medio alle definizioni di errore, per analizzarle da capo, e capire che fare strada facendo.
Propongo quindi Elogio dell’errare, un elogio del creare per amore di farlo, senza l’ambizione di alcun risultato. Un numero con articoli che parlano di esplorare, di vagare con la mente e con il corpo, di sbagliare e di riprovare. Una riflessione sul valore non economico o commerciale del processo, per abbracciare le differenze, invece che tentare di omologarle. Per utilizzare le tecniche sbagliate, i font brutti, perché non esiste una definizione unica di correttezza, quando si parla di estetica. Non significa che sia giusto fare un po’ qualunque cosa: ci sono dei principi ge-
nerali da seguire, spesso legati al buon senso.
Sarebbe ipocrita parlare di uguaglianza, di valorizzazione delle differenze, e poi sostenere una creatività che agisce senza regole. Ma l’unico principio generale che mi sento di consigliare è quello del bene, del non nuocere. Con Elogio dell’errare vorrei alzare un bel dito medio alle definizioni di errore, per analizzarle da capo, e capire che fare strada facendo.

✑ ELISA GYSSELS
Elisa dopo il diploma artistico in Arti Figurative, consegue la laurea triennale in Digital and Graphic Design nel 2025. Oltre alla gestione di Dintorni, svolge la professione di grafica, integrando ad essa pratiche curatoriali, artistiche ed editoriali.


